’era una volta, non troppo tempo fa, in un piccolo paesello alle porte di una grande città, una mamma di una bambina speciale, che era rimasta sola, perché il papà di questa bimba se ne era andato via. Questa mamma aveva un lavoro, non troppo ben pagato, ma comunque un lavoro, e non si preoccupò poi troppo: si era sempre occupata lei della bambina, per lei aveva anche rinunciato all’insegnamento universitario ed era finita in un piccolo giornale “di nicchia”, pur di lavorare il più possibile da casa e seguire la sua bimba. La casa dove abitavano era della nonna paterna della bimba, ed anche se i rapporti con lei erano tutt’altro che felici, non avrebbe mai potuto fare del male all’unica nipotina che aveva, peraltro malata, quindi almeno un tetto sicuro ce lo avevano.
Ma la mamma, che aveva un’eccessiva fiducia nella bontà delle persone, non aveva fatto troppo bene i suoi conti!
Un giorno infatti, recandosi alla redazione del giornale, trovò le porte sigillate ed un simpatico cartello giallo del tribunale fallimentare che annunciava il sequestro di tutto quello che lì dentro si trovava… Naturalmente il proprietario della testata aveva tagliato la corda da un bel pezzo e probabilmente se ne stava ai Caraibi alla faccia dei redattori e dei tipografi… La mamma si ritrovò di colpo senza lavoro, con l’aggiunta di almeno quattro stipendi arretrati e i rimborsi dei viaggi di lavoro non pagati.
Aveva qualche risparmio e si disse: “troverò un altro lavoro, che diamine! con due lauree ed una specializzazione, qualcosa dovrà uscire! Meno male che non devo pagare l’affitto…”
Un paio di mesi dopo di lavoro nemmeno l’ombra. Tanti colloqui, tanti “le faremo sapere”, ma niente… In compenso arrivò una letterina di un avvocato, che le comunicava lo sfratto per occupazione abusiva dell’immobile (non aveva infatti nessun contratto, la casa era stata data in comodato gratuito). La strega cattiva, che amava solo il denaro, pur essendo ricchissima, pur possedendo negozi, case, terreni ed addirittura un appartamento, lasciato sfitto da 10 anni, accanto a quello occupato dalla mamma e dalla sua bimba, buttava in mezzo alla strada la sua unica nipotina…
L’ufficiale giudiziario arrivato per lo sfratto, insieme ai carabinieri, si commosse per quella bimba dai grandi occhioni spaventati, e concesse una proroga di tre mesi. In questi tre mesi riuscirono a trovare una casa ancora più scomoda ed umida di quella dove erano vissute finora, e la mamma spese gli ultimi risparmi che aveva per dare la caparra.
Rimasta senza soldi, senza lavoro, senza gas e telefono, solo con la luce elettrica ed un fornellino da campeggio per cucinare, la mamma ebbe un comprensibile scoramento. Arrivò anche a pensare di uccidere la sua bimba e togliersi subito dopo la vita. Ma per la salute della sua bimba adorata aveva combattuto tante battaglie, ed il cuore non le reggeva a fare un gesto simile…
Che fare? Le riserve di pasta, di patate e di conserva di pomodoro stavano finendo e la disperazione era sempre più grande.
La mamma si ricordò che da piccola un suo zio le aveva insegnato ad usare le macchine fotografiche professionali e gliene aveva regalata una vecchia con la quale aveva sempre fatto foto che tutti stentavano a credere fossero opera sua. Conosceva, lì al paesello, un fotografo matrimonialista, una brava persona, padre di famiglia, a cui un tempo portava i suoi rollini per mandarli allo sviluppo. Andò da lui e gli disse. “Click (così lo chiamavano tutti), mi prendi qui a bottega da te?”. Click sorrise e rispose: “Ma io non ho bisogno di un assistente, qualche volta mi aiutano i miei figli, altrimenti mio cognato…”. La mamma lo guardò negli occhi e gli disse: “Click, non ho più nulla da dare alla mia bimba…”. Il fotografo non disse nulla, attraversò la strada, comprò mezza teglia di pizza e dei supplì, li diede alla mamma e disse: “Ci vediamo domani alle nove qui in laboratorio”.
Passarono alcuni anni ed un giorno Click le disse: “Io non ti ho potuto insegnare niente, invece tu mi hai insegnato ad usare il digitale e il computer. Sei molto brava, le foto che scatti tu hanno un che di diverso… perché non ti metti su una tua attività? Ti appoggi qui da me, nel mio laboratorio, finché non potrai permetterti uno spazio tuo…”.
E così la mamma fece suo il lavoro di fotografo (che poi la fotografia, insieme alla scrittura e alla musica, erano le sue grandi passioni di sempre) e piano piano iniziò a risalire il baratro in cui era precipitata, come una lumachina che si arrampica su un filo d’erba.
Un giorno le arrivò una telefonata inaspettata dalla Mangrovia, la società che produceva il famoso quiz televisivo Chi non vuol più essere poveraccio? condotto dal simpatico Perri Scrudi. In effetti eoni prima, la mamma aveva telefonato per partecipare… se ne era praticamente dimenticata. Passò tre selezioni più una prova video ed alla fine, dopo un anno circa, la chiamarono.
Cavolo! Aveva la possibilità di guadagnare qualche soldino… Come andò, come non andò, alla fine tornò a casa con un discreto gruzzolo… simbolico! Sì, perché l’assegno che si vede in tv è solo un pezzo di carta in attesa (più o meno dopo 10 mesi) che arrivi il premio in gettoni d’oro, decurtato ovviamente del 20%, perché la cifra che si vede in tv è “iva compresa”. Una volta che ha cambiato l’oro, fatto conto delle oscillazioni di mercato, l’ennesimo balzello IVA etc etc, il fortunato vincitore si ritrova in mano assai meno della cifra vinta… comunque, meglio che niente, no?
Con quei soldi e con un altro gruzzoletto che il suo papà le ha donato, frutto di una vita di risparmi, la nostra eroina, indebitandosi fino al collo con un mutuo venticinquennale e vari prestiti per coprire le spese notarili ed altri cavoli, riuscì a comprare un negozio in città, con l’intenzione di farne il suo studio fotografico.
Armata di volontà ferrea e di una buona dose di pazienza, la mamma passò varie trafile burocratiche e, almeno sulla carta, ottenne un finanziamento a fondo perduto per l’imprenditorialità femminile, offerto dalla sua regione. Waw!, pensò la mamma, con quei soldi potrò fare i lavori al mio studio ed iniziare la mia attività. Errore!!! I soldi, che dovevano essere 28mila e poi strada facendo diventarono 16mila, “che signora mia che ci possiamo fare: hanno tagliato i fondi e questo c’è”, te li danno SOLO se hai iniziato almeno da un anno l’attività nella sede acquistata. Naturalmente la mamma, che per comprare il locale ha dato fondo a tutte le sue risorse e quelle della sua famiglia di origine (papà ex falegname e mamma casalinga), non ha più un becco di un quattrino e non riesce a fare sti benedetti lavori. Intanto il contributo, ovviamente, decade.
La mamma versò comprensibilmente in uno stato di prostrazione, anzi, riscivolò perniciosamente in una terribile malattia che credeva di aver sconfitto anni prima: l’anoressia.
Mentre scivolava sempre più in basso, un suo amico e collega, conosciuto in rete tempo prima e con il quale si sentiva spesso per telefono e per chat, vedendola alquanto “schizzatella” le disse: “Ci sarebbe un lavoro per te, un catalogo di una mostra, da fare a Parigi, se vuoi ti accompagno e ti faccio da assistente. Soldi niente, solo viaggio, vitto e alloggio, in cambio del lavoro, ma almeno stacchi un po’ la spina…”
La mamma accettò e così partì per due settimane a Parigi, durante le quali lavorò molto, ma si divertì pure a girare, a far foto, insieme a quel simpatico collega, con il quale si trovava davvero bene, tanto bene che l’ultimo giorno di “vacanza” parigina si scoprirono innamorati. Ed iniziarono la loro storia d’amore fatta di pendolini e di “mi manchi”, un amore a 650 km di distanza, lui a Milano, lei nel paesino vicino Roma.
La mamma continuò a lottare per un finanziamento, ma, com’è facile immaginare, non ottenne una beneamata cippa. In compenso, per una serie di fortuite circostanze, cominciò a collaborare con una galleria romana, e partecipò ad alcune mostre importanti. Oh, le sue foto piacevano tanto, ma in quanto a vendere le opere esposte… eh, quello è un altro discorso!
La bimba, che nel frattempo faceva danza in una “prestigiosa” istituzione statale romana, subiva discriminazioni e violenze, psicologiche e non, da parte delle insegnanti di ballo, che non tolleravano la presenza di una bambina “speciale” in mezzo al gruppo dei “normali”.
Che ci restavano a fare a Roma, con uno studio-fotografico-ancora-non studio, affamate e stanche di fare i pendolari tutti i giorni paesello-roma-paesello, ed ogni quindici giorni al finesettimana prendere il pendolino roma-milano e poi ritorno?
Armi e bagagli ed andarono a vivere a Milano, dove in una microcasa scombinatissima e confusissima, cercarono di vivere una vita normale.
Ma non è un lieto fine, nossignori. Perché partendo la mamma diede incarico ad un’agenzia immobiliare di vendere il negozio, ma questa in più di un anno non ha fatto niente e la mamma ha scoperto che non aveva manco messo il cartello (eccheccefrega? tanto quella fessa sta a milano, mica ce po’ controllà! così poi magari je lo fa mo vende, sottocosto pe’ disperazione, a quarche amico delli amici nostri…).
Intanto il mutuo aumenta, e la povera mamma ci versa tutti gli alimenti da fame che faticosissimamente è riuscita ad ottenere dall’ex marito padre della bimba a suon di avvocati, più tutta la pensione che il santo papà suo ex-falegname le gira ogni mese (una pensione vergognosamente bassa, dopo una vita intera di versamenti all’artigianato…).
E ci sono le spese di condominio, e lei non riesce manco a trovare uno straccio di lavoro, nell’attesa che qualche galleria meneghina si accorga delle sue foto.
Ed ha chiesto a tutti quelli che conosceva, in cielo in terra in mare ed in ogni dove, se qualcuno vuole comprare sto cazzo di negozio, che poi è pure bello, con 4 vetrine, il posto auto coperto, il portico e il palazzo in cortina…
E vive alle spalle del suo orsone, che arranca di suo, perché i tempi sono quelli che sono ed i clienti, quando pagano, ti fanno allungare il collo e ci son le tasse e l’affitto e le bollette e i libri per la scuola e questo e quello.
E la mamma non ha mai un soldo addosso, e si sente mortificata, e non va più dall’estetista da quasi un anno, ormai fa tutto in casa da sola, ceretta, maschera, peeling, sopracciglia… e si taglia da sola la frangetta e ricicla i soliti quattro stracci di vestiti, che a volte tinge con la tintoriaitaliana in lavatrice, per ingannare l’occhio altrui…
E si sente uno zero, un nulla e sa che prima o poi l’orsone si stuferà di dover provvedere tutto lui, perché l’amore è bello ma non basta e a fine mese non si arriva mai.
E la mamma non ce la fa proprio più e pensa che, tutto sommato, buttarsi nel naviglio non è poi una cattiva idea… certo è un po’ squallido, non è mica il Tevere, ma non si può certo stare a badare a queste piccolezze.